Da Viaggio di andata a Effetto domino

 

Dei tre libri di poesie di Andrea, Viaggio di andata è quello che sento più vicino alla mia sensibilità, quello che più degli altri mi ha invogliato alla rilettura (sempre a centellini: la poesia va degustata, non trangugiata!) perché più degli altri appaga il mio modo di gustare la poesia. Mi piace leggere in modo passivo, abbandonandomi cioè a tutte le suggestioni che dà la lettura, soprattutto alle sensazioni e alle emozioni capaci di evocare per analogia o per contrasto sensazioni ed emozioni vissute con altre letture o altre esperienze. Questa passività moltiplica e rende più intense le emozioni che provo mentre leggo ma, è ovvio, confonde o almeno riduce molto la mia capacità di analisi, che comunque sarebbe superflua nel caso di Viaggio di andata perché è già stata fatta con esemplare chiarezza nella Introduzuone di Letizia Moretto. Quella che segue quindi non è l’analisi fatta da un lettore distaccato e obiettivo ma la chiacchierata di un “ascoltatore” (in poesia il suono delle parole è spesso più importante del senso) curioso, partecipe e… soddisfatto di quello che ha sentito.
La lettura di Viaggio di andata, fatta appunto da ascoltatore più che da lettore, mi rimandava continuamente ad altri viaggi che in gioventù amavo fare in compagnia di altri autori:
 
a) al Viaggio di Baudelaire verso “nessun luogo e dovunque”
 
Per il fanciullo, chino sulle stampe e gli atlanti,
l’universo ha l’ampiezza del desiderio ingordo.
Vasto il mondo al chiarore di lampade veglianti:
piccolo e scialbo, invece, agli occhi del ricordo.
 
Un giorno, ecco, si parte: una bragia
Vivida, il petto gonfio d’ira e di sogni amari;
cullando, al ritmo alterno dell’onda ove s’adagia
l’ansia, il nostro infinito sul finito dei mari.
……………………………………………..
Ma navigante autentico è chi, preda all’ardenza,
va per andare, succubo d’un fatale richiamo:
colui che, lieve l’anima di mongolfiera, senza
mai saperne il motivo, rigrida il folle «Andiamo!»
…………………………………………………..
Si naviga. E la meta? Diversa a quando a quando:
nessun luogo e dovunque; la raggiungi e si sposta.
………………………………………………….
Morte, o vecchio pilota, leva l’àncora, è l’ora;
………………………………………………
vogliamo sprofondare (Cielo, Inferno, che importa?)
nell’Ignoto, a cercarvi ancora e sempre il nuovo.
 
b) al viaggio del Bateau ivre, di Rimbaud, incapace di trovare una rotta nel mare in cui si trova abbandonato a se stesso;
 
c) al viaggio verso Itaca di Kavafis, ovviamente, ma anche a La città dello stesso autore
 
Hai detto:«Per altre terre andrò, per altro mare.
Altra città, più amabile di questa, dove
ogni mio sforzo è votato al fallimento,
dove il mio cuore come un morto sta sepolto,
ci sarà pure. Fino a quando patirò questa mia inerzia?
Dei lunghi anni, se mi guardo intorno,
della mia vita consumata qui, non vedo
che nere macerie e solitudine e rovina».
 
Non troverai altro luogo non troverai altro mare.
La città ti verrà dietro. Andrai vagando
Per le stesse strade. Invecchierai nello stesso quartiere.
Imbiancherai in queste stesse case. Sempre
Farai capo a questa città.Altrove, non sperare,
non c’è nave non c’è strada per te.
Perché sciupando la tua vita in questo angolo discreto
Tu l’hai sciupata su tutta la terra
 
d) all’inutile viaggio di conquista dell’Aléxandros del Pascoli:
 
Giungemmo: è il fine. […]
……………………………..
[…] era miglior pensiero
ristare, non guardare oltre, sognare:
il sogno è l’infinita ombra del Vero.
 
Oh! più felice, quanto più cammino
m’era d’innanzi, quanto più cimenti,
quanto più dubbi, quanto più destino
…………………………………….
 
e) al viaggio di Montale insieme alla sua “Mosca”
 
Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
…………………………………………………
 
f) al viaggio di un altro“uomo con la valigia”, Giorgio Caproni, nel suo Congedo del viaggiatore cerimonioso
 
Amici, credo che sia
meglio per me cominciare
a metter giù la valigia.
……………………….
Scusate. È una valigia pesante
anche se non contiene gran che:
tanto ch’io mi domando perché
l’ho recata, e quale
aiuto mi potrà dare
poi, quando l’avrò con me
…………………………………
 
g) al Viaggio definitivo di Juan Ramon Jimenez (in allegato invio anche un file audio con la lettura di questa poesia fatta dalla bella voce di Paolo Carlini):
 
…E me ne andrò. E resteranno gli uccelli
a cantare;
e resterà il mio orto, col suo verde albero,
e col suo pozzo bianco.
 
Tutte le sere, il cielo sarà azzurro e placido;
e suoneranno, come questa sera stan suonando,
le campane del campanile.
 
Moriranno quelli che mi amarono;
e il paese si rinnoverà ogni anno;
e in quell’angolo del mio orto fiorito e incalcinato
il mio spirito errerà, nostalgico…
 
E me ne andrò; e starò solo, senza focolare, senz’albero
verde, senza pozzo bianco,
senza cielo azzurro e placido…
E resteranno gli uccelli a cantare
 
E… mi fermo qui, perché in realtà tutta la grande poesia ha avuto quasi sempre come tema il viaggio, non tanto il viaggio come spostamento nello spazio geografico quanto il viaggio come simbolico riflesso del viaggio nel proprio mondo interiore, il viaggio come ricerca dell’infinito che dentro [noi] dimora (Baudelaire)
Il viaggio dunque è anche il tema privilegiato dalla poesia di Andrea. Ma il suo è un Viaggio di sola andata perché gli manca la certezza d una meta definitiva e quindi non di un vero viaggio si tratta ma di erranza, di un viaggio verso il nulla, di un viaggio per il viaggio perché è nel viaggio, non nella meta, il senso vero della vita..
Ma torniamo alla sonorità della poesia perché, come ho già detto, in poesia i suoni sono così importanti che il mio rapporto con lei è più da ascoltatore che da lettore, daascoltatore convinto che la poesia vada letta più volte e sempre ad alta voce, perché solo così si riesce a far emergere quel senso pieno della parola che la semplice lettura visiva non può cogliere. Aggiungo, con un po’ di esagerazione, che la poesia non andrebbe letta ma “eseguita” come una partitura musicale, perché essa si rivolge a tutti i sensi e all’orecchio in particolare.
E, a proposito di orecchio, ecco alcune mie considerazioni o, meglio, domande riguardo alla poesia di Andrea. La versificazione dei poeti moderni non ha più nulla a che fare con la metrica tradizionale e, libera da qualsiasi costrizione di ritmo e di rima, ubbidisce solo all’arbitrio o all’estro dell’autore. Faccio questa premessa perché ho dedicato particolare attenzione alle scelte metriche di Andrea, ricavandone l’impressione che non siano ancora definitive. Infatti mi ha colpito innanzitutto l’impaginazione dei testi, che varia da una raccolta all’altra o all’interno della stessa raccolta: In Gli occhi del poeta prevale l’allineamento a sinistra; l’allineamento è sempre centrato in Il Guardiano del faro; l’allineamento è “a specchio” nel Viaggio di andata (i versi sono allineati a sinistra nelle pagine pari, e a destra in quelle dispari); ritorna l’allineamento al centro in Lo spazzino delle stelle. I versi comunque tendono sempre, nel ritmo e nella sintassi fluida e piana (la preferisco di gran lunga ai contorcimenti della sintassi di certi poeti contemporanei!), alla prosa ma sono intrisi di suoni, rime soprattutto, che sfuggono alla lettura visiva ma sono chiaramente percepibili con la lettura ad alta voce. Perché sfuggono alla lettura visiva? Ho notato che, tranne in alcune poesie dove si fa un uso giocoso e scoperto delle rime (per esempio in “La tela” del Guardiano del faro), o delle paronomasie (“Pisa”, “Barcellona”, “Riva del Garda”), in molte altre invece c’è la tendenza a nasconderle all’interno del verso o a “coprirle” con il semplice espediente di farle precedere da una breve parola, generalmente una congiunzione, alla fine del verso (“Preghiera dell’Epifania”, “Dal basso” ecc.). Ecco, la presenza di tante rime evidenti o nascoste, in una versificazione che non concede nulla al ritmo, crea una strana e originale sonorità.
La vocazione di Andrea alla poesia appare, nelle tre raccolte di versi che mi hai mandato, così esclusiva che ho iniziato a leggere con una certa prevenzione il suo libro in prosa, Effetto domino.
L’ho letto – come si dice – tutto d’un fiato sia perché il racconto è breve sia perché la trama è intrigante nonostante la fatica per non perdere l’orientamento in quella selva di omonimie che conclude il libro. Ma, finita la lettura, il libro mi è sembrato soprattutto il pretesto per una nuova dichiarazione d’amore a Pisa e alla poesia. Infatti, con la citazione di due poeti(D’annunzio e Leopardi) e del loro omaggio a Pisa si apre il primo capitolo del libro; il quarto prende il titolo dall’autore dei Canti pisani; il quinto si apre con la citazione della dolce ninna nanna in endecasillabi di Renato Fucini; il “Pianto antico” del Carducci è citato, insieme con l’orgogliosa sottolineatura della sua laurea nella Scuola Normale di Pisa, nel sesto; e con la citazione dei versi “pisani” di altri due poeti, Luzi e Shelley, si chiude il libro.
Allora, posso concludere questa mia chiacchierata dichiarando che Andrea è così profondamente poeta che neppure in un libro in prosa riesce a tenere a freno il suo amore per la poesia?
 
Biagio Romano

Il primo capitolo di Effetto Domino

Capitolo 1 D’Annunzio e Leopardi

Il caffè lo girava sempre nello stesso modo, in senso orario partendo dal bordo della tazzina fino ad arrivare con un veloce moto convettivo al centro e poi ripartendo nuovamente e instancabilmente daccapo. Il cucchiaino sembrava un mortaio che roteava nel liquido nero fino a che anche il minimo granello di zucchero non era scomparso. E non usava mai zucchero semolato, ma puntualmente sempre quello grezzo di canna, di modo che il processo di solubilizzazione durasse ogni volta qualche decina di secondi in più e il fatto di sentire una certa resistenza nel mescolare gli dava una soddisfazione pari al fatto di degustare tale bevanda energetica. E i pensieri migliori della giornata nascevano di lì, partoriti in un istante, fulminei che quasi lui stesso si meravigliava di averli dati alla luce.
Quel giorno di ferie che si era concesso era iniziato nella stessa maniera di tutti gli altri giorni. Sveglia presto, intorno alle sei e mezza, doccia, colazione abbondante, barba, dopo barba lenitivo al rabarbaro, e poi alla ricerca di un bar e soprattutto di un buon caffè per espletare quello che ormai era un rito consolidato da svariati anni, la tazzina con il manico a destra, l’apertura della bustina in cima senza romperla del tutto, la discesa a pioggia dello zucchero marrone, la fase di solubilizzazione di qualche secondo, poi il primo assaggio e il primo granello di zucchero non sciolto che incontrava i denti in un rumore impercettibile al mondo esterno, ma che per il palato era un boato assordante. Infine il lento mescolare prima di bere tutto di un fiato.
Quella sera sarebbe dovuto passare a fare due chiacchiere col parroco: incontro prematrimoniale lo si definiva, lui preferiva dire che andava a fare un aperitivo dell’anima a casa di un amico particolare.
L’anima, ci aveva pensato un sacco di volte senza venirne a capo, adesso gli sembrava così ovvio paragonarla al suo zucchero di canna, c’era, era lì dentro il caffè ma non si vedeva, Dio l’aveva sciolta ben bene all’inizio della sua opera dentro i nostri corpi e seppur invisibile era lì, e come per lo zucchero bastava fare evaporare il liquido per riottenerla, così a Dio necessitava la nostra morte per riaverla indietro.
Non molto allegro come primo pensiero della giornata, d’altronde questo era quello che passava il convento delle sue idee quella mattina di fine settembre.
Il caffè dell’Ussero risplendeva come sempre, gioiello incastonato nel vecchio palazzo Agostini sul Lungarno Pacinotti. C’era sempre stato qualcosa che stonava a guardare bene questo antico palazzo, anche se per notarlo in tutta la sua maestosità era meglio ammirarlo dall’altra parte dell’Arno, a mezzogiorno. Non inteso come orario, ma come luogo geografico proprio a sud del fiume. E il suo colore rossiccio dovuto all’intero rivestimento in cotto della facciata era qualcosa di unico, ma era la non simmetria quella che lo disturbava, al primo piano quattro bifore, al secondo piano due bifore e due trifore.
La simmetria era stata una sua ossessione fin da bambino, tutto doveva essere simmetrico, dagli oggetti in casa disposti in una certa maniera ai gesti che faceva quotidianamente. Il suo disegno preferito era “L’uomo vitruviano” di Leonardo da Vinci, esempio emblematico di simmetria assiale verticale e poi tutti in poligoni in generale e l’esagono in particolare. Tutti noi quando ascoltiamo gli altri parlare, giocherelliamo con una penna, scarabocchiando qua e là su di un foglio di carta a portata di mano, ecco lui disegnava sempre esagoni, simbolo della perfezione delle api nel costruire le loro celle di cera. Perfezionista lo definivano i suoi amici, ma chi lo conosceva veramente bene lo dipingeva con opposti termini, d’altronde ormai questo era l’abito che gli altri erano abituati a vedere di lui, quello del precisino e quando l’opinione generale punta il dito in una direzione è difficile riuscire a cambiarla. A lui piaceva dire che era imprevedibile nella sua precisione.
La Chiesa di Santa Maria della Spina brillava come un piccolo Duomo sull’altra sponda dell’Arno, bella come una sposa con il suo vestito ricamato tirato un po’ su e i piedi nudi immersi nell’acqua.
E in prospettiva, come per magia, quasi fosse allineata in una linea retta immaginaria, seppur su due sponde opposte, gli apparve quasi in primo piano la torre Guelfa della Cittadella, luogo dove un tempo venivano varate tutte le navi della gloriosa repubblica marinara pisana.
Di fronte a lui, invece, sul punto più basso delle spallette del fiume, una coppia di giovani amici dandosi le spalle e tenendosi in equilibrio fra loro, quasi sfiorandosi per un solo punto delle loro schiene, stava silenziosamente muovendo le dita su due smartphone di ultima generazione.
E lui, in quell’aria pura di un caldo sole settembrino, si sentiva libero, libero da un eccesso di comunicazione che lo aveva sempre turbato, libero di non avere quella che era una delle più alte fonti di stress della società moderna, il telefono cellulare.
Con lo sguardo seguì idealmente un gabbiano arrivare all’orizzonte fino alla foce dell’Arno, quella Boccadarno già immortalata dal vate D’Annunzio, e si ritrovò a sussurrare a bassa voce i primi versi di quella famosa poesia “Bocca di donna mai mi fu di tanta soavità nell’amorosa via” che subito si fermò, imbarazzato. Un ragazzo con lo zaino in spalla lo stava osservando con crescente stupore e sotto la prima peluria adolescenziale si era già formato un mezzo sorriso di ironica fattezza.
Con uno scatto indietro ritornò verso il caffè, oltrepassò il marciapiedi e si fermò a un edicola lì accanto.
“Ciao Gianni” si presentò il ragazzo all’edicolante.
“Ciao grande, chi non muore si rivede! Sei proprio sparito?, sarà una decina di giorni che non ti fai sentire… Allora ci siamo quasi eh?”
“Sì, sì ormai manca sola una settimana, non sono sparito e che non sono stato molto bene ultimamente, poi avevo un corso formativo fuori Pisa.”
“Dillo che ti stai cagando sotto, dai?”
“Per ora no, ma lo sai io mi emoziono sul momento.”
“Sicuramente avrai già organizzato tutto, precisino come sei!”
Lui e Gianni si conoscevano fin dal Liceo, erano stati compagni di classe e in qualche periodo dell’anno anche compagni di banco, in particolare erano ancora grandi amici. Gianni era di corporatura media, aveva una barba folta non curata e rossiccia e dalla testa spuntava un codino legato a un elastico che raccoglieva una grande quantità di capelli. Al contrario di lui che era quasi calvo.
“Ancora con questa storia del precisino, me la ripeti fin da quando avevamo quattordici anni…”
“Bene, vuol dire che non sei cambiato e che soprattutto non ci siamo mai persi di vista. Piuttosto chi hai invitato dei nostri compagni di classe? Non mi ricordo.”
“Io sarò precisino, ma te non ti ricordi proprio nulla! Ho invitato solo te, come te lo devo dire?”
“Onorato, ma lo sai che tu sei la mia memoria storica di quegli anni, senza di te avrei difficoltà anche a dire che liceo abbiamo fatto!”
“Senti vado di fretta, dammi Il Tirreno e La Nazione, saranno dieci giorni che non compro un giornale.”
“E quindi ti fai una scorpacciata? Ma che precisino, due giornali, uno di destra e uno di sinistra per farti un’opinione completa…”
“Ti posso mandare a fare…”
“Zitto che altrimenti ti devi nuovamente confessare.”
“Guarda se è per questo stasera vedo il prete, quindi ti posso mandare senza problemi a fare…”
“Buono, buono, piuttosto dimmi la dolce metà che fa oggi?”
“Non so, anche con lei è un po’ che non ci si vede, oggi dovrebbe fare una prova trucco e parrucco, ma ancora non ci siamo sentiti, d’altronde lo sai io non ho il cellulare.”
“Ti potrebbe anche arrivare come regalo.”
“E che regalo di coppia è questo!”
“Lo dici tu, se hai il cellulare, la dolce mogliettina ti potrà rintracciare sempre, quindi più regalo di coppia di così…”
“Vai dammi i giornali che scappo.”
“Ok, saluta la consorte e dille che aspetto sempre di uscire con una sua amica.”
“Presenterò, buona giornata.”
La sosta in edicola era durata più del previsto, anche se a dirla tutta non aveva la fretta che aveva confessato al suo amico.
Guardò nuovamente le spallette dell’Arno e i suoi occhi azzurri furono catturati per l’ennesima volta dalla targa che la città aveva messo in onore di Giacomo Leopardi per aver soggiornato a Pisa negli anni 1827 e 1828, anni in cui compose i due canti “Il risorgimento” e la più famosa “A Silvia” datata 19-20 Aprile 1828. Leopardi, infatti, in una delle prime lettere scritte da Pisa alla sorella Paolina esalta la città toscana e il suo lungarno: L’aspetto di Pisa mi piace assai più di quel di Firenze. Questo lung’Arno è uno spettacolo così bello, così ampio, così magnifico, così gaio, così ridente che innamora: non ho veduto niente di simile né a Firenze né a Milano, né a Roma, e veramente non so se in tutta l’Europa si trovino vedute di questa sorta.
Tutte le volte che passava di lì non poteva fare a meno di leggere quelle belle parole, immortalate in questa targa, che lo rendevano così orgoglioso della sua città natale.
La torre dell’orologio del Palazzo Pretorio, posta a sud, oltre il Ponte di Mezzo, segnava le dieci.
Con passo svelto si diresse verso il ponte con un giornale semiaperto sul davanti e uno sotto l’ascella a mo’ di baguette alla stregua di un parigino doc.
I titoli del Tirreno davano importante risalto a uno sciopero del sindacato italiano lavoratori polizia (SILP) dovuto alla mancanza di fondi per le banali necessità di tutti i giorni. “Mancano i soldi, i poliziotti devono lavare le auto da soli”. C’era anche un ampio resoconto sulla recente apertura della mostra del Picasso a Palazzo Blu dove si contava di arrivare fino a 100.000 visitatori alla fine di gennaio.
Picasso non gli piaceva, troppe scomposizioni, troppi piani di simmetria, troppo dolore.
Giunto al punto di massima altezza del ponte, si girò, come faceva sempre, prima a sinistra verso i monti, poi a destra verso il mare e gli sembrò di dominare la città.
Lì su quel ponte c’era sempre stato un microclima a se stante, tant’è che in quel momento si era alzata la fredda carezza della tramontana a ricordare che l’autunno era già cominciato da qualche giorno.
E poi lo vide, con quella sua camminata caratteristica, arrivare dalle Logge dei Banchi. Andatura oscillante la definiva lui, sembrava un orologio a pendolo che si muoveva con perfetto isocronismo.
Luigi era alto quasi un metro e novanta, magro da far invidia e soprattutto un chiacchierone tale da porre cento domande al minuto senza ascoltare nemmeno le risposte e quando parlava aveva un linguaggio tutto suo da interpretare. Ma era il suo migliore amico, si conoscevano fin dall’infanzia e sarebbe stato il suo unico testimone di nozze di lì a qualche giorno.
“Ciao come va? Non ti si è più visto in giro in questi giorni… Anche tu qui per il presidente?”
“Presidente chi?”
“Allora sei pronto? Ci dobbiamo mettere d’accordo per una di queste sere…”
“Sì Gigi, ma presidente chi? Quello del Pisa Calcio?”
E mentre pronunciava queste ultime parole alzò lo sguardo oltre il metro e novanta e, dovette fare uno sforzo per non cascare in avanti, vide una folla di persone, soprattutto bambini, che invadevano la piazza sottostante e le Logge dei Banchi, tutte con in mano un tricolore sventolante. D’istinto riprese il Tirreno e lesse “Pisa abbraccia il Presidente della Repubblica”.
E il bello che la notizia era in prima pagina con tanto di foto, ma a lui non piacevano le cose troppo evidenti, per fare un esempio in un mondo dove tutti ammirano la luna di notte, a lui lo affascinava la luna di giorno ed era capace di stare interi minuti a guardare il profilo del suo tramonto in pieno giorno, il suo contorno impercettibile.
“Oh ma ti sei incantato?” gli urlò Gigi riportandolo sulla terra e per precisione sul Ponte di Mezzo.
E senza aspettare una risposta gli blaterò:
“Più tardi vado a un funerale di uno che ti assomiglia.”
“In che senso mi assomiglia? E’basso come me?”
“Ah, a proposito quando scendi dal ponte, prendi la seconda a destra, subito sul muro di destra ci potrebbe essere del materiale interessante per te…”
“Ti riferisci alla mia collezione di frasi trovate sui muri? Certo che non è facile parlare con te!”
“Lo so, è per questo che siamo amici, sei uno dei pochi che mi capisci.”
In quel momento un’ondata di persone dirette verso la piazza travolse i due amici. I due furono trasportati per un po’ dalla corrente caotica della folla fino a che si ritrovarono distanti una cinquantina di metri. In ultimo tentativo di saluto Luigi agitò la mano che sporse di gran lunga dalla folla, mentre il suo amico annaspava gridando:
“Non mi hai detto di chi è il funerale?”
“Cosa dici, presidenziale?”
Ormai a distanza di qualche centinaio di metri ognuno dei due riprese il suo cammino.
Daniele si insinuò tra le centinaia di persone che riempivano quasi ermeticamente la piazza, trovò un varco e si infilò nel corso pedonale della città.
Non aveva voglia di fare altre soste, però la curiosità indotta dall’amico lo aveva talmente stuzzicato che non poteva fare a meno di vedere quella scritta sul muro.
La sua passione di collezionista di aforismi murali nasceva qualche anno prima quando, ancora studente di sociologia, aveva incominciato a leggere le scritte sui muri come propri e veri messaggi dettati da un bisogno interiore di esternazione. E se ben analizzati alcuni avevano un acume e una ironia così profondi da far rimanere a bocca aperta o con un sorriso inebetito di fronte alla scritta. La cosa più divertente è che spesso suscitavano una vera e propria reazione che si manifestava direttamente in loco, ovvero sul muro stesso. Una sorta di botta e risposta più ragionato però di un sms, diciamo anche più artistico.
Istintivamente si mise una mano nella tasca interna della giacca e il contatto con la sua agenda lo rassicurò. Su quel taccuino infatti annotava le scritte più divertenti che trovava in giro per le città italiane, lo portava sempre con sé. Solo una volta, circa due settimane prima, in un piccolo viaggio dalla mattina alla sera, lo aveva dimenticato a casa. Aveva allora provveduto con un foglio di carta recuperato all’ultimo, anche se poi prima di rientrare a Pisa l’aveva smarrito e le scritte di quel giorno erano andate perse per sempre e il bello era che non si ricordava nemmeno dove l’avesse lasciato. Per questo ci teneva particolarmente al suo taccuino, fosse mai che lo smarrisse, per lui era una sorta di breviario che aveva dato spunto alla sua tesi di laurea sulle nuove metodologie di comunicazione, ci era proprio affezionato.
Lo aprì a caso e ne lesse uno che lo faceva sempre sorridere: “L’amore vince” e aggiunto sotto con un’altra scrittura “o al massimo pareggia”.
Girando pagina ce n’era un altro emblematico della probabilità di chiunque di incappare in un errore grammaticale che però poteva turbare i più sensibili alla purezza della lingua italiana: “LORGOGLIO NON SERVE” e a seguire una delle risposte più taglienti che avesse mai letto “(MA L’APOSTROFO SI’)”.
Tendenzialmente non trascriveva mai frasi con parolacce e questo rappresentava una grossa selezione visto che la maggior parte delle scritte sui muri contenevano le peggiori parole del vocabolario italiano, però una di queste scritte l’aveva colpito e senza dubbio la presenza della brutta parola era funzionale all’impatto della frase stessa. Considerando l’esplosione di frasi come io e te, 3 metri sopra il cielo che erano un po’ in ogni dove della penisola dopo il successo del libro di Moccia, questo ironico wall writer aveva espresso la sua stanchezza sull’argomento scrivendo: “Mica per nulla, ma quanto cazzo di gente c’è a tre metri sopra il cielo?”.
Nel frattempo, completamente isolato e protetto dalla folla, quindi solo con i suoi pensieri e il suo taccuino, si era ritrovato al bivio che gli aveva indicato Luigi. Svoltò quindi a destra in via La Nunziatina e sul muro subito alla sua destra lo accolsero tutta una serie di annunci mortuari. “Simpatico Gigi, ora quando lo vedo gliene dico quattro” pensò fra sé e sé. Poi rapidamente lo sguardo si posò subito sopra e trovò la frase indicata dall’amico “Solitudine non è essere soli, ma amare gli altri inutilmente”. Non fece a tempo a pensare “Come è poetico oggi il mio amico” che i suoi occhi ritornarono immediatamente sui manifesti funebri. Come se la mente avesse memorizzato e solo in un secondo momento rielaborato si trovò a fissare impietrito un manifesto. C’erano sopra il suo nome e cognome. Ora fa sempre effetto vedersi su un annuncio mortuario, è come vedere la morte in faccia e non è un modo di dire, ma quello che lo turbò di più fu il fatto che il suo omonimo aveva anche la sua stessa età e frequentava la sua stessa parrocchia, era lì infatti che si sarebbero svolti i funerali nel primo pomeriggio.