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Tre pagnotte per Effetto Dunning-Kruger

EFFETTO DUNNING-KRUGER

Effetto Dunning-Kruger
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ARTICOLO DI: Lisa Pulzella

Quando Gabriella lo sveglia di domenica mattina per annunciargli una telefonata dell’ispettore Titta, Carlo Silvestri è alle prese con un sogno piuttosto angoscioso: il suo alter ego Sigaro il barbiere si è presentato al suo matrimonio per annunciargli che presto avrà di nuovo bisogno del suo aiuto. La presenza che la sposa aveva espressamente proibito scatena una serie di conseguenze piuttosto inattese, che l’irrompere della telefonata blocca provvidenzialmente. Il suo ineffabile ispettore lo mette al corrente che Jacopo Foresta, pasticciere de “La Piccola Bigia”, è stato ucciso nel locale. Giunti sul posto i due trovano Marcella e Alessia le due cameriere della pasticceria che prende il nome da un antico convento di frati bigi che affaccia sulla piazzetta e l’azzimato proprietario del locale, Filippo Falaschi; le due ragazze raccontano di essere entrate senza aver bisogno di usare il ”codice dei nocchini” ossia l’alternarsi di colpi di nocche brevi e lunghi sulla porta che avevano concordato per farsi aprire da Jacopo, che normalmente si chiudeva in laboratorio prima dell’alba. Al suo ingresso sulla scena del delitto Carlo Silvestri è colpito da alcuni piccoli particolari, che attirano la sua attenzione prima ancora dell’arma del delitto che ignora completamente a favore dello scricchiolio di sabbia che incontrano le scarpe nel muoversi sul pavimento, dell’odore di croissant misto a quello della morte e di un oggetto assolutamente incongruo che si trova sul piano di lavoro: un pettine piuttosto pregiato. Ovviamente l’indizio non può che evocare nella mente di Carlo l’onnipresente Sigaro. La vicenda si svolge nel piccolo quartiere di San Michele degli Scalzi a Pisa, un crogiuolo di strade che si affacciano nella piazza dominata dall’antichissima chiesa di San Michele che vanta la prima torre pendente della città. Jacopo vi ha scorrazzato insieme al fratello Enrico col quale ha litigato costantemente sin da bambino. La loro rivalità li ha visti scazzottarsi per motivi che vanno dal calcio, sport nel quale Jacopo era una pippa, alle ragazze, campo nel quale Jacopo era un playboy ed Enrico un romantico. Le loro attenzioni di ragazzini si sono appuntate sulla intrigante Vanessa, ma, come vuole la saggezza popolare, tra i due litiganti è stato il viziato e figlio di papà, Fabio Callegari a godere. Enrico ha lasciato Pisa per l’estero subito dopo la laurea e non ci è più tornato fino a tre giorni prima dell’omicidio del fratello. Quello che assilla il commissario è che senso abbia il pettine sul bancone, dato che Jacopo era pelato e che le due testimoni non lo hanno mai notato prima. Come se non bastasse, a breve distanza dal primo delitto, ne viene commesso subito un altro: Osvaldo Colucci viene buttato giù da una terrazza. Cosa lega il pompiere in pensione che per arrotondare le sue magre entrate e ripianare i debiti di gioco, si trastullava con le cripto valute e il pasticciere playboy? Nel pieno dei preparativi per il proprio matrimonio, oltre che vedersela con le incomprensioni d’ordinanza per tutte le coppie, Carlo è assillato dal dare un senso al pettine su cui sono stati trovati peli umani misti a peli di gatto…

Nel sesto volume del “Ciclo degli effetti” Andrea Falchi mette il suo commissario in una situazione nella quale avrà bisogno di far ricorso alle sue capacità di giudizio asimmetrico per venire a capo dei delitti. L’effetto Dunning-Kruger che dà il titolo a questo godibilissimo libro, infatti, non è altro che una distorsione cognitiva che porta individui inesperti a sopravvalutare le proprie abilità. Oltre alla ormai collaudata bravura di Andrea Falchi nel costruire gialli di provincia, la sua ultima fatica ci regala il piacere di vedere espressi su carta gli effetti di quella che ormai si potrebbe definire la Sindrome Dunning-Kruger, un malanno che affligge trasversalmente la popolazione dei cybernauti e che si trasmette ai contesti più svariati della vita quotidiana. Nonostante sia al sesto volume, Falchi non perde un colpo e il suo narrare scorre lieve e piacevole, senza intoppi o incertezze. Il suo dosare attentamente, con la maestria acquisita nelle aule di Chimica che ha frequentato, ingredienti fondamentali come l’ironia, il metodo deduttivo, il colpo di scena, è la caratteristica che gli permette di occupare con sicurezza una nicchia tutta sua nel variegato paesaggio dei giallisti toscani, ormai più numerosi dei cipressi, nella regione e altrettanto iconici. I gialli di Falchi si distinguono per il colore locale, per la capacità di inserire i grandi elementi costitutivi del romanzo investigativo tra i marciapiedi di piccoli paesi, o, come in questo caso, in un quartiere simbolo, tra le strade che hanno visto l’evolversi di Pisa da città operaia a paradiso dei costruttori. Le vicende umane dei due investigatori e dei protagonisti che ruotano intorno ai delitti sono come sempre tracciate quasi col compasso, senza mai una sbavatura o un rigo di troppo, ma, gli elementi personali punteggiano delimitano quelli pubblici, divertendo il lettore e aggiungendo varie sfumature di colore al “giallo” di fondo.

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